Approfondimenti
Marrazzo Gate
Ho visto il video di Marrazzo di Maurizio Belbietro (Libero 24-10-09)
Il video che sarebbe stato usato per ricattare Piero Marrazzo io l’ho visto: un’agenzia fotografica me ne ha proposto l’acquisto non più tardi di una decina di giorni fa, chiedendomi 200 mila euro. Ma non credo di essere il solo ad aver ricevuto l’offerta, perché da quanto so prima che a Libero i venditori hanno bussato alla porta di altre redazioni.
La storia ha inizio verso la fine di settembre, quando qualcuno mi avverte che gira la notizia di un filmato che ritrae il presidente della regione Lazio in compagnia di due travestiti. È una voce, nulla di fondato: chiacchiere e pettegolezzi come se ne sentono a decine, soprattutto di questi tempi in cui il privato non solo è pubblico ma è anche politico, in particolare se si ricopre un incarico di rilievo. Chiedo a un cronista di seguire la pista, ma nei giorni successivi non approda a nulla.
Penso dunque a una bufala, ma la storia rispunta un paio di settimane dopo, quando una fonte mi torna a parlare del video, segnalandomi che un’agenzia sta cercando di piazzarlo a un prezzo molto alto. Ovviamente mi incuriosisco e tramite il mio contatto organizzo un incontro, qui in redazione, a Libero. Non ho nessuna voglia di scucire un euro, figuratevi cento o duecentomila (anche perché non compro gli scoop), ma ne ho molta di scoprire cosa si nasconda dietro tutta la misteriosa faccenda.
L’intermediario si presenta a mani vuote, deciso a discutere del prezzo prima di mostrarmi il materiale, poi si fa raggiungere da un collaboratore con un cd.
Si tratta di un video che dura pochi minuti ed è piuttosto disturbato, sia nell’audio che nelle immagini. Però si distinguono chiaramente i personaggi: uno è Marrazzo, senza pantaloni e con indosso solo una camicia. L’altro è un individuo che sembra un viado e ha un vestito che gli lascia scoperte le spalle e le braccia.
Nulla di particolarmente pruriginoso, nessuna scena sexy o hard: i due non sono neppure vicini. La telecamera, più probabilmente un telefonino, indugia su alcuni dettagli della scena, tra i quali un piatto in cui è facile vedere strisce di polvere bianca che fanno pensare a cocaina. Di fianco è ripresa una tessera dell’Agis intestata a Piero Marrazzo. Su un mobile c’è un mucchietto di banconote. Poi c’è un salto e si vede un’auto che pare di servizio.
Nel video il governatore del Lazio appare serio. Si muove nervosamente e si sentono dei mozziconi di frasi che parrebbero un’esortazione a chi gli sta di fronte. Non avendo potuto prendere appunti, ricostruisco a memoria: «Non potete chiudere un occhio, almeno una volta?»; «Ci sono i giornalisti?». Dal video non si capisce a chi si rivolga Marrazzo, apparentemente a più persone, ma oltre alla sua non si sentono altre voci, se non quella del presunto viado che sembra voler proteggere il governatore con parole non del tutto chiare, ma che mi sono parse un invito a lasciare perdere il presidente.
Dopo averlo visto prendo tempo, dicendo al mandatario dell’agenzia fotografica che prima dell’acquisto è indispensabile una perizia per accertare quantomeno se il filmato è originale o manipolato. Spero così di trattenere la registrazione o almeno una parte. Ma il venditore mi risponde che farà lui stesso qualche controllo con chi gli ha dato l’esclusiva. Il giorno dopo ricevo una telefonata dall’agenzia: prendere o lasciare in un paio d’ore e, ovviamente, io lascio. Non solo perché, come ho detto, non ero disposto a pagare proprio nulla bensì volevo capire solo che razza di storia fosse quella, ma anche perché tutta la vicenda mi puzzava di bruciato.
Chi ha fatto il video e dove? Come è stata possibile la registrazione in un appartamento privato? Sapeva o non sapeva Marrazzo di essere registrato? La ripresa è originale o una qualche manina è intervenuta visto che nel video ogni tanto la voce e anche le immagini scompaiono per pochi istanti? Quello che si vede è davvero un transessuale? La polvere bianca nel piatto cos’è? E che ci fa - se è tutto vero - il governatore in mutande in un appartamento con un viado e quella strana polvere bianca? Ovviamente non immaginavo un ricatto, ma avevo la sensazione che ci fosse qualcosa fuori posto e nei giorni seguenti ho cercato di saperne di più, senza avere successo. Dopo l’arresto dei quattro carabinieri le domande che mi sono fatto vedendo il video sono ancora più attuali. Chi avrebbe voluto incastrare il governatore del Pd e perché? Ma soprattutto: è vero o no quel che si vede? Ai magistrati la risposta.
Quattro punti che non tornano Roberta Catania (Libero 24-10-09)
Sono almeno quattro i punti che non tornano. Discrepanze tra la ricostruzione ufficiale del governatore del Lazio, Piero Marrazzo, e quella trapelata dalle fonti giudiziarie, cioè dalla procura di Roma e dall’Arma dei carabinieri.
Per prima cosa, l’ex giornalista Rai giura di non aver mai pagato quegli uomini, i quattro carabinieri finiti in manette. Eppure, agli atti del fascicolo aperto a piazzale Clodio martedì scorso, risulta che dalla matrice del blocchetto dell’esponente del Pd siano stati staccati tre fogli. Tre assegni, dunque, per un totale di 20.000 euro. La cosa curiosa, semmai, è che questi titoli non siano stati incassati. Probabilmente i militari hanno temuto di essere stati denunciati e, per non correre rischi, hanno preferito aspettare che si calmassero le acque.
Secondo punto oscuro della vicenda è la mancata denuncia da parte di Marrazzo. Nonostante fosse vittima di estorsione, tenuto in scacco da un gruppo di “criminali” che nel frattempo avrebbero fatto copie di quel filmato «compromettente» in cui - si legge nell’informativa - il governatore è stato sorpreso durante un «rapporto mercenario», pare con un transessuale, avvenuto lo scorso luglio.
Il presidente della Regione dice che tutta questa storia è «una bufala». Ma come possa sostenerlo, non si capisce. Il video esiste e i tecnici dell’Arma hanno già verificato l’autenticità del girato (per escludere l’eventualità di tagli o fotomontaggi).
Altro punto oscuro: il governatore, con le sue dichiarazioni di ieri, sembra non fare i conti con il verbale del suo interrogatorio. Un verbale lungo qualche pagina e stilato mercoledì scorso in procura, dove l’ex giornalista ha raccontato per filo e per segno quello che ha subito dai quattro uomini che hanno fatto irruzione nell’appartamento sulla Cassia. A dirla tutta, l’irruzione è stata fatta solo da due di loro, mentre i compagni aspettavano in strada che non arrivassero altri colleghi (quelli buoni). Loro, i presunti ricattatori, sono arrivati in abiti civili, ma qualificandosi come carabinieri. Altro dettaglio smentito da Marrazzo, che sostiene di non sapere che fossero militari. Ma se loro non si fossero qualificati, non si spiegherebbe come avrebbero fatto ad entrare in un’abitazione privata.
Nel dettagliato racconto fatto in procura, inoltre, Marrazzo denuncia un episodio che fino ad allora era rimasto sconosciuto. Il politico del Pd ha spiegato ai magistrati che i militari non solo lo hanno messo in imbarazzo e lasciato in mutande a chiedere terrorizzato se fuori ci fosse la stampa. No, quei quattro uomini gli avrebbero anche sfilato i soldi dal portafogli. Un dettaglio rivelato tre giorni fa dal governatore, che ha aggravato la posizione dei quattro carabinieri della Compagnia Trionfale, perché l’accusa di estorsione è stata affiancata da quella di rapina, oltre alla violazione della privacy e di domicilio.
Ed ecco che proprio dalle dichiarazioni di Marrazzo, che ufficialmente continua a definire la vicenda «una bufala», esce un altro aspetto che gli inquirenti garantiscono di voler appurare. In un fotogramma del video-hard, c’è una breve inquadratura di una dose di polvere bianca (presumibilmente cocaina), con vicino la tessera stampa dove si legge distintamente «Piero Marrazzo». Lui, però, non ha mai parlato di furto o smarrimento di documenti. E allora, forse, ma questo andrà chiarito nei prossimi giorni, il governatore era nella stanza in cui c’era una sostanza che aveva tutta l’aria di essere droga.
Dulcis in fundo, il tentativo di difesa che si basa sull’attacco. L’ex inviato del Tg2 denuncia: «Mi vogliono colpire alla vigilia delle elezioni. Sono amareggiato per il tentativo di infangare l’uomo per colpire il presidente. Sono vittima di un complotto». Un’affermazione forte, che è smentita dal massimo canale ufficiale: la procura di Roma. Gli inquirenti assicurano infatti che «l’indagine non ha messo in luce alcun complotto di natura politica ai danni del presidente della Regione. La vicenda», aggiungono, «si inquadra in un contesto criminale che vede coinvolti tutori delle forze dell’ordine infedeli».
Marrazzo, i 4 carabinieri sotto torchio: ecco i verbali Il Giornale 24-10-09
Roma - Sono appena iniziati nel carcere di Regina Coeli gli interrogatori di garanzia dei quattro carabinieri accusati di aver chiesto denaro al presidente della Regione Piero Marrazzo dietro la minaccia di divulgare un video che lo ritrarrebbe durante un rapporto intimo. Intanto va prendendo corpo l’ipotesi di dimissioni del presidente della Regione Piero Marrazzo.
Iniziati gli interrogatori In particolare, i quattro sono chiamati a rispondere alle domande del gip Sante Spinaci, cui la procura ha chiesto la convalida del fermo dei 4 militari e la contestuale emissione di un’ordinanza di custodia cautelare in carcere nei loro confronti. “Chiederò al gip che il fermo nei confronti del mio assistito non sia convalidato perché ritengo che non sussista il pericolo di fuga”, ha affermato l’avvocato Mario Griffo, che assiste il maresciallo Antonio Tamburino, uno dei 4 carabinieri arrestati. “Al mio cliente sono contestate le ipotesi di reato di ricettazione e omessa denuncia conseguente all’illecita provenienza del video - ha aggiunto il penalista - Tamburino è stato fermato in circostanze singolari: il 20 ha subito una perquisizione personale e domiciliare durante la quale ha consegnato una copia del cd contenente il filmato, peraltro rotta, e il biglietto del treno relativo al viaggio effettuato a Milano per cercare di vendere il filmato. Il maresciallo era infatti la persona incaricata della vendita e non è entrato nella casa. Il 22 ottobre poi mi ha chiamato dicendo di essere stato fermato”. Il penalista delinea anche le caratteristiche del suo assistito: “E’ una persona con una condotta irreprensibile, vive da due anni a Roma. Non ci sono macchie nella sua carriera e non ha mai dato problemi all’Arma”. Il legale ha annunciato che il suo assistito “risponderà alle domande del gip per chiarire tutta le vicenda che a mio avviso - ha detto - è tutta una bufala come ha detto il presidente Marrazzo. Non c’è stato nessun ricatto e ci sono molti elementi di questa vicenda che ci rendono perplessità”.
Marrazzo verso le dimissioni La decisione, che potrebbe arrivare forse già prima della fine delle primarie, sarebbe ormai considerata “inevitabile” in alcuni ambienti politici regionali. A far precipitare la situazione, i vari elementi emersi dalla lettura dei quotidiani in edicola stamattina. Che mettono in rilevo una serie di affermazioni non rispondenti al vero fatte ieri dal presidente in merito alla vicenda che lo vede vittima di ricatto da parte dei 4 carabinieri dopo averlo sorpreso con un transessuale in un appartamento in zona Cassia. La gravità della situazione emerge confrontando le dichiarazioni di ieri del presidente con i vari elementi riportati oggi dai quotidiani. Ieri Marrazzo ha affermato di non aver pagato i ricattatori (mentre esistono gli assegni, sia pure non incassati), addirittura di non aver nemmeno saputo del ricatto (mentre dai verbali pubblicati oggi emerge il contrario), che il video non esiste (mentre c’è più di una fonte che asserisce di averlo visionato). Infine, il transessuale Natalì afferma che il presidente l’avrebbe chiamata ieri “per tre volte” chiedendole di “non parlare con nessuno” in merito alla vicenda. Invece le imbarazzanti dichiarazioni di Natalì sono oggi sulla stampa. Natalì asserisce, tra l’altro, di conoscere Marrazzo da sette anni.
I verbali:
Gian Marco Chiocci - Massimo Malpica
Visti gli atti del procedimento sopra indicato nei confronti tra gli altri di:
1) Simeone Luciano n. Napoli il 26.12.1979
Tagliente Carlo n. Ostuni (Br) il 14.12.1978;
Tamburrino Antonio n. Parete (Ce) il 26.2.1981;
Testini Nicola, n. Andria (Ba) il 25.4.1972;
in ordine:
Simeone, Tagliente, Testini
A) al delitto di cui agli articoli 110, 615 c.p., perché in concorso fra loro, il Simeone e il Tagliente quali Carabinieri Scelti in servizio presso la Compagnia Roma Trionfale, abusando dei poteri inerenti alle loro funzioni, s’introducevano e si trattenevano illegalmente nell’appartamento sito in Roma, in uso a persona non compiutamente identificata, individuata con il nome di Natalie, e ciò in concorso previo accordo con il Testini, Maresciallo capo in servizio presso lo stesso Comando; fatto commesso in Roma in data compresa fra i giorni 1 e 4 luglio 2009.
B) al delitto di cui agli artt. 110, 317 c.p., perché, in concorso come sopra (Simeone e Tagliente realizzando la condotta materiale in concorso previo accordo con il Testini), presentandosi come Carabinieri e così abusando della loro qualità, con la minaccia di gravi conseguenze, costringevano Marrazzo Piero a consegnare loro tre assegni, dell’importo complessivo di 20.000 euro; fatto commesso nelle stesse circostanze sub A);
IL PIANO SEGRETO DELLE MELE MARCE
C) al delitto di cui agli artt. 110, 61 n.9, 628 comma 3 n.1) e.p., perché, in concorso come sopra (Simeone e Tagliente realizzando la condotta materiale in concorso previo accordo con il Testini) con violazione dei doveri inerenti alla funzione da loro esercitata, agendo Simeone e Tagliente riuniti tra loro, con modalità intimidatorie, derivanti dalle circostanze e modalità di condotta descritte nei capi che precedono, si impossessavano della somma complessiva in contanti di 5.000 euro, di altrui proprietà; fatto commesso nelle stesse circostanze sub A);
D) al delitto di cui agli artt. 110, 61n.9 c.p., 73 commi 1 e 6 D.P.R. 309/1990, perché, in concorso come sopra (Simeone e Tagliente realizzando la condotta materiale in concorso in previo accordo con il Testini), con violazione dei doveri inerenti alla funzione da loro esercitata, detenevano illegalmente un quantitativo non esattamente determinato di cocaina; fatto commesso nelle stesse circostanze sub A);
IL VIDEO E) al delitto di cui agli artt. 110, 615 bis comma 3 c.p., perché in concorso come sopra (Simeone e Tagliente realizzando la condotta materiale in concorso in previo accordo con il Testini), con violazione dei doveri inerenti alla funzione da loro esercitata, mediante l’uso di strumenti di ripresa audio-video, si procuravano indebitamente immagini attinenti alla vita privata di quanti si trovavano all’interno dell’appartamento citato sub A), nel quale abusivamente si erano introdotti, così come descritto in tale capo; fatto commesso nelle stesse circostanze sub A);
IL SEXY RICATTO E IL PREZZO DEL VIDEO
Tamburrino:
F) al delitto di cui agli artt. 61 n.9, 648 c.p., perché, con violazione dei doveri inerenti alla sua funzione di Carabiniere in servizio presso la Stazione Carabinieri Roma Trionfale, alla fine di procurare a sé e ai predetti Simeone, Tagliente e Testini un profitto, riceveva, per farne successivo commercio, il video realizzato nelle circostanze del precedente capo E); fatto commesso in Roma in epoca compresa fra i mesi di luglio e ottobre 2009;
Gian Marco Chiocci - Massimo Malpica
Visti gli atti del procedimento sopra indicato nei confronti tra gli altri di:
1) Simeone Luciano n. Napoli il 26.12.1979
Tagliente Carlo n. Ostuni (Br) il 14.12.1978;
Tamburrino Antonio n. Parete (Ce) il 26.2.1981;
Testini Nicola, n. Andria (Ba) il 25.4.1972;
in ordine:
Simeone, Tagliente, Testini
A) al delitto di cui agli articoli 110, 615 c.p., perché in concorso fra loro, il Simeone e il Tagliente quali Carabinieri Scelti in servizio presso la Compagnia Roma Trionfale, abusando dei poteri inerenti alle loro funzioni, s’introducevano e si trattenevano illegalmente nell’appartamento sito in Roma, in uso a persona non compiutamente identificata, individuata con il nome di Natalie, e ciò in concorso previo accordo con il Testini, Maresciallo capo in servizio presso lo stesso Comando; fatto commesso in Roma in data compresa fra i giorni 1 e 4 luglio 2009.
B) al delitto di cui agli artt. 110, 317 c.p., perché, in concorso come sopra (Simeone e Tagliente realizzando la condotta materiale in concorso previo accordo con il Testini), presentandosi come Carabinieri e così abusando della loro qualità, con la minaccia di gravi conseguenze, costringevano Marrazzo Piero a consegnare loro tre assegni, dell’importo complessivo di 20.000 euro; fatto commesso nelle stesse circostanze sub A);
IL PIANO SEGRETO DELLE MELE MARCE
C) al delitto di cui agli artt. 110, 61 n.9, 628 comma 3 n.1) e.p., perché, in concorso come sopra (Simeone e Tagliente realizzando la condotta materiale in concorso previo accordo con il Testini) con violazione dei doveri inerenti alla funzione da loro esercitata, agendo Simeone e Tagliente riuniti tra loro, con modalità intimidatorie, derivanti dalle circostanze e modalità di condotta descritte nei capi che precedono, si impossessavano della somma complessiva in contanti di 5.000 euro, di altrui proprietà; fatto commesso nelle stesse circostanze sub A);
D) al delitto di cui agli artt. 110, 61n.9 c.p., 73 commi 1 e 6 D.P.R. 309/1990, perché, in concorso come sopra (Simeone e Tagliente realizzando la condotta materiale in concorso in previo accordo con il Testini), con violazione dei doveri inerenti alla funzione da loro esercitata, detenevano illegalmente un quantitativo non esattamente determinato di cocaina; fatto commesso nelle stesse circostanze sub A);
IL VIDEO E) al delitto di cui agli artt. 110, 615 bis comma 3 c.p., perché in concorso come sopra (Simeone e Tagliente realizzando la condotta materiale in concorso in previo accordo con il Testini), con violazione dei doveri inerenti alla funzione da loro esercitata, mediante l’uso di strumenti di ripresa audio-video, si procuravano indebitamente immagini attinenti alla vita privata di quanti si trovavano all’interno dell’appartamento citato sub A), nel quale abusivamente si erano introdotti, così come descritto in tale capo; fatto commesso nelle stesse circostanze sub A);
IL SEXY RICATTO E IL PREZZO DEL VIDEO
Tamburrino:
F) al delitto di cui agli artt. 61 n.9, 648 c.p., perché, con violazione dei doveri inerenti alla sua funzione di Carabiniere in servizio presso la Stazione Carabinieri Roma Trionfale, alla fine di procurare a sé e ai predetti Simeone, Tagliente e Testini un profitto, riceveva, per farne successivo commercio, il video realizzato nelle circostanze del precedente capo E); fatto commesso in Roma in epoca compresa fra i mesi di luglio e ottobre 2009;
IL VERBALE DI MARRAZZO: “ERO CON NATALIE QUANDO…”
MARRAZZO esaminato dal pubblico ministero in data 21/10/2009, ha reso dichiarazioni che consentono di pervenire a una precisa ricostruzione delle circostanze in cui il filmato fu realizzato. È appena il caso di osservare che tale ricostruzione è del tutto attendibile anche solo in base ad una valutazione di intrinseca coerenza e logica attendibilità, rispetto alle versioni contraddittorie e riduttive rese dagli indagati. Infatti, in base alle dichiarazioni del teste, può affermarsi che in un giorno dei primi dello scorso luglio, mentre il predetto si tratteneva all’interno di un appartamento in compagnia di tale Natalie, fecero ingresso due uomini che si presentarono come Carabinieri. Gli stessi, con modi palesemente intimidatori, si fecero consegnare dalla parte lesa il portafoglio contenente, oltre a una somma di denaro, i documenti di identità, e chiesero una somma ingente, lasciando intendere, in caso di rifiuto, gravi conseguenze.
“HO DATO LORO TRE ASSEGNI MA VOLEVANO ALTRI SOLDI”
La vittima rifiutò di versare denaro contante, ma rilasciò tre assegni, dell’importo complessivo di 20mila euro; peraltro, prima di andare via, i due lasciarono un numero di cellulare, chiedendo di essere contattati, in quanto volevano altri soldi. Aggiunge il MARRAZZO che, una volta recuperato il proprio portafogli, mancava la somma di duemila euro che vi custodiva; inoltre, Natalie appariva contrariata, come se i due si fossero impadroniti anche di una somma ulteriore di tremila euro, che era stata lasciata su un tavolino. Sempre secondo tali dichiarazioni, nella stanza era presente anche della polvere bianca (che, come già detto, è ritratta nel filmato), che il teste identifica come cocaina, pur non avendone fatto uso.
“IN CAMERA C’ERA COCAINA MA NON NE HO FATTO USO”
Ulteriore particolare di rilievo, la parte lesa riferisce, in ordine al tesserino, anch’esso ritratto nel video, che non fu lui a collocarlo in quella posizione: deve pertanto ritenersi che il documento fu asportato dai militari, collocato accanto alla polvere, e intenzionalmente filmato. Quanto al video, il teste ha dichiarato di non essersi accorto di essere ripreso, ma ha confermato che il filmato fu realizzato proprio nell’occasione in cui fu sorpreso dai Carabinieri. Infine, questi ultimi sono stati riconosciuti, sia pure con qualche incertezza nelle fotografie appunto del SIMEONE (foto n. 5) e del TAGLIENTE (foto n. 10).
“NON MI SONO ACCORTO CHE MI STAVANO FILMANDO”
Nei fatti è dato individuare i delitti di violazione di domicilio commessa da pubblico ufficiale, concussione, rapina aggravata, detenzione aggravata di sostanza stupefacente, interferenza illecita nella vita privata aggravata. Quanto al delitto di cui all’art. 317 c.p., va rilevato come la richiesta di denaro e la conseguente consegna degli assegni, avvenne in una situazione di generale intimidazione, ben espressa dal teste, in cui, peraltro, alla dichiarata qualità di Carabinieri si aggiungeva la presenza di polvere bianca, accanto alla quale, significativamente, come si diceva, fu collocato e ritratto il tesserino di MARRAZZO. In tale conteso il timore di essere arrestato, come dichiarato in sede di esame, assume una notevole valenza.
IL GOVERNATORE: “AVEVO PAURA DI ESSERE ARRESTATO”
Quanto alla rapina, la vittima ha dichiarato di non avere rinvenuto più il denaro custodito in quello stesso portafogli che i due militari gli avevano prelevato. Anche la somma lasciata sul tavolino risultava asportata. Considerate le circostanze dei fatti, appare adeguatamente provato che il denaro sia stato asportato dal SIMEONE e dal TAGLIENTE, nell’ambito di un contesto di grave intimidazione, che si pone in termini funzionali rispetto a quella sottrazione. È appena il caso di osservare che a tale contesto di grave abuso è da ricondurre l’ingresso dei militari nell’appartamento, non potendosi riconoscere alcun rilievo, attese le circostanze e le modalità dei fatti, al fatto che fu la Natalie, sul momento, ad aprire la porta.
“LA POLVERE BIANCA? L’HO VISTA A UN CERTO PUNTO”
Quanto infine alla sostanza stupefacente, il MARRAZZO ha dichiarato di essersi accorto «a un certo punto» della polvere; questa non c’era più quando la parte lesa lasciò l’appartamento. A ciò va aggiunto il fatto che la sostanza appare nel video disposta in file ben ordinate e senza sbavature, accanto ad una cannula per l’aspirazione, come a suggerire un’intenzionale messa in scena, effetto reso ancor più evidente, come si diceva, dalla collocazione del tesserino del Marrazzo, che non può ritenersi casuale. Se ne ricavano indizi gravi del fatto che quella sostanza sia stata lì collocata e in seguito asportata proprio dai militari, in quanto strumentale alla ripresa video, che ripetutamente indugia sulla polvere e sul tesserino.
IL CORPO DEL REATO BEN OCCULTATO
Ciò, del resto, è del tutto conforme alle evidenti finalità dell’intervento, premeditato e diretto proprio a sfruttare quell’occasione. Quanto infine al filmato, che costituisce anche reato presupposto della ricettazione contestata al TAMBURRINO, va appena osservato che esso fu realizzato senz’altro con modalità abusive, di nascosto dai presenti (infatti il MARRAZZO non se ne avvide), da persona che non era legittimamente ammessa all’interno del locale. Ne segue che il filmato stesso è corpo del reato di cui all’art. 615 bis c.p., posto che il suo autore si è con tale condotta procurato indebitamente immagini attinenti alla vita privata delle persone ritratte, contro la volontà di queste. Infatti, in base a quanto affermato dalla giurisprudenza di legittimità, «l’interferenza illecita prevista e sanzionata dal predetto art. 615 c.p. è quella proveniente dal terzo estraneo alla vita privata e non già quella del soggetto, che invece, sia ammesso, sia pure estemporaneamente, a farne parte, mentre è irrilevante l’oggetto della ripresa, considerato che il concetto di “vita privata” si riferisce a qualsiasi atto o vicenda della persona in luogo riservato» (Cass. pen., sez.5, sentenza n. 1766 del 28/11/2007).
LA RICETTAZIONE E IL VIDEO SCOOP
Ne segue che, costituendo il video corpo del reato di cui all’art. 615bis c.p., la sua ricezione a scopo di profitto, con piena consapevolezza del suo contenuto e delle modalità della sua realizzazione (cosa che certo non poteva sfuggire al TAMBURRINO che lo aveva ricevuto dai colleghi) integra gli estremi del delitto di ricettazione.
Quanto alla natura delle rispettive responsabilità, nulla vi è da aggiungere in ordine alla posizione del SIMEONE e del TAGLIENTE, che furono autori materiali dei reati descritti ai capi compresi fra A) ed E). Quanto al TESTINI, pur non avendo fatto egli ingresso nell’appartamento, tuttavia più elementi lo individuano come concorrente nei reati, quale organizzatore e istigatore dei due colleghi.
IL TRADE UNION PER IL COLPO GROSSO
Infatti, in base a quanto riferito da TAGLIENTE (delle cui dichiarazioni sul punto non vi è motivo di dubitare), il CAFASSO era confidente proprio del TESTINI, il quale risulta così essere il momento di contatto con il mondo dei transessuali. Inoltre, dalle dichiarazioni di SCARFONE il ruolo del TESTINI appare di indubbio rilievo, tanto che fu proprio costui a operare il suo controllo prima di ammetterlo alla visione del filmato.
A diverse conclusioni deve pervenirsi quanto alla posizione del TAMBURRINO, al quale lo SCARFONE e i colleghi coindagati attribuiscono il ruolo secondario di soggetto intervenuto successivamente, nella fase di commercializzazione del video.
IL «PIAZZISTA» ESPERTO DEL VIDEO SCOMODO
Così illustrati i gravi indizi di colpevolezza, va rilevato che sussistono elementi specifici che fondano il pericolo di fuga degli indagati sopra generalizzati. Va anzitutto sottolineata la gravità estrema dei fatti oggetto del presente procedimento, in considerazione della qualità soggettiva dei soggetti indagati - appartenenti all’Arma dei Carabinieri - qualità della quale peraltro si sono evidentemente avvantaggiati per la realizzazione dei fatti. La ricostruzione dell’accaduto e l’individuazione dei responsabili, non vi è dubbio che possa concretamente indurli a sottrarsi alle ricerche, in considerazione dell’eccezionalità della situazione realizzatosi, con le prevedibili gravi conseguenze, anche cautelari;
NEI SECOLI INFEDELI E RICCHI IN CASSA
Sotto altro aspetto, l’esistenza del rapporto organico con l’Amministrazione militare di appartenenza non può costituire ormai adeguata remora alla fuga, in considerazione degli ovvi imminenti effetti disciplinari. Ma si ravvisano anche ulteriori elementi che rafforzano quel pericolo: la disponibilità di diverse dimore in luoghi differenti da quelli in cui essi prestano servizio; la disponibilità, in alcuni casi, di rilevanti risorse patrimoniali (si vedano sul punto le dichiarazioni di SCARFONE), che potrebbero agevolare la fuga; la qualità di appartenenti alla polizia giudiziaria, che da un lato li rende ben edotti dei prevedibili sviluppi di simili procedimenti penali, e dall’altro consente di costruire un’ampia rete di conoscenze (che evidentemente già li ha favoriti per la realizzazione del filmato) ben utilizzabili in occasione di una latitanza.
IL PERICOLO DI FUGA E LO SMERCIO DEL FILM
Giova fin d’ora aggiungere che ricorrono anche le altre esigenze cautelari previste dall’art. 274 e.p.p.. Anzitutto il concreto pericolo di inquinamento probatorio, atteso che il tentativo di ridurre la portata dei fatti con riferimento alle circostanze di realizzazione e acquisizione del filmato (tentativo che è dato cogliere nelle dichiarazioni rese dagli indagati) prevedibilmente indurrà questi ultimi a intervenire sui testimoni e sulle prove documentali non ancora acquisite, anche sfruttando la qualità da loro rivestita.
DISTRUTTE LE AUTO DELLA FAMIGLIA MARRAZZO
A tale riguardo non può ritenersi casuale la circostanza che proprio nella mattina del 21 ottobre, cioè poche ore dopo l’avvenuta esecuzione delle perquisizioni, le autovetture della ex moglie e della figlia del MARRAZZO sono state fatte oggetto di atti ai vandalismo. Sotto altro aspetto, la gravità estrema dell’accaduto rivela una rara spregiudicatezza, a cui si aggiunge lo scopo di lucro perseguito: tali circostanze fondano il grave e concreto pericolo che siano realizzati reati ulteriori, agevolati proprio dalla speciale funzione e autorità rivestita, la cui strumentalizzazione a fini delittuosi non può non suscitare notevole inquietudine per le possibili conseguenze in danno alla collettività.
CONTATTI CRIMINALI E INTIMIDAZIONI
Va infine richiamato quanto riferito dallo SCARFONE, secondo il quale i militari avevano fatto spesso riferimento ai loro innumerevoli contatti negli ambienti criminali della città, tanto da restarne intimidito.
P.T.M.
Visto l’art. 384 c.p..;
DISPONE
il fermo di SIMEONE Luciano, TAGLIENTE Carlo, TAMBURRINO Antonio, TESTINI Nicola, tutti sopra generalizzati, in relazione ai reati come sopra loro rispettivamente ascritti ai capi B), C), D), F).
Delega per l’esecuzione Ufficiali di polizia giudiziaria del R.O.S. Carabinieri-Servizio Centrale - II reparto Investigativo con facoltà di subdelega.
Roma, lì 22 ottobre 2009, ore 1,20
Il Procuratore Aggiunto
Giancarlo Capaldo
Il Sostituto Procuratore
Rodolfo Sabelli
Questa è la storia di Pierino la Paccha Mattias Mainiero (Libero 24/10/09 )
Presunti incontri mercenari a parte, nella vita dovremmo nascere tutti Pierino la Pacchia, governatore della Regione Lazio e oggi anche attore di un filmetto porno clandestino, e sempre presunto, oggetto di inchiesta e polemiche.
Pierino, al secolo Piero nonché Marrazzo, più che con la camicia è venuto al mondo col microfono. Dovete sapere che il padre si chiamava Giuseppe, Jo (o Giò) per vezzo e per gli amici. Un tipo formidabile, il vecchio Jo, giornalista all’antica e cronista d’assalto. Nato a Nocera Inferiore, Campania, aveva fatto il suo esordio con alcuni quotidiani napoletani. Poi il lavoro al “Progresso italo-americano” di New York (dove aveva prestato servizio anche la moglie Gina, madre di Piero) e quindi la Rai. Era specializzato in criminalità organizzata. Mafia e camorra, tanto per intenderci, con contorno di servizi più o meno deviati. Quando lo incontravi per strada, Jo ti salutava e subito ti raccontava della sua ultima auto, sempre nuova di zecca, sempre data alle fiamme dai servizi o dalla camorra o da chissà chi. Nell’auto c’era sempre un dossier esplosivo, un libro quasi completo che stava per essere consegnato all’editore e che era diventato cenere, un’agendina con numeri roventi. I boss l’avevano giurata a Jo. L’ha detto anche Giovanni Brusca, “lo scannacristiani” poi pentito che strangolò e sciolse nell’acido il piccolo Giuseppe Di Matteo: «La mafia lo voleva morto». Prima della mafia, però, arrivò un tumore: a 57 anni, Jo se ne andò il giorno dopo aver presentato il suo ultimo libro: “Il camorrista - vita segreta di Raffaele Cutolo”.
Che c’entra il vecchio Jo? Un attimo di pazienza. Morto Giuseppe, il giovane Piero cominciò a guardarsi attorno. Aveva 26 anni e una laurea in legge con tesi in diritto penale. Uno studente eccellente: 110 e lode, ma un lavoratore ancora in cerca di futuro. Per farla breve: non faceva niente, Pierino, se non un po’ di attività politica. «Socialista riformista», spiegherà poi. Oltretutto, pochi mesi dopo il padre, se n’era andata anche la madre, Luigia Spina, la Gina del Progresso di New York, un’italo-americana di Minturno, provincia di Latina. Un brutto momento. Ma ecco che a casa di Pierino bussano Biagio Agnes e Sergio Zavoli. Bussano loro, mica su richiesta di Pierino. Bussano e gli offrono la manna: «La Rai è pronta ad accogliere il figlio di Jo». Scommettiamo che una scampanellata del genere a casa nostra non arriverà mai? Ma Bobo Craxi, non senza malizia, ha dichiarato: «Marrazzo aderiva al Psi, in maniera piena e non priva di coerenti e legittimi vantaggi sul piano professionale».
Tutto cominciò così: rimasto orfano, Pierino fu adottato da Mamma Rai, complice un certo innamoramento con papà Craxi. Voleva essere anche lui Jo, ma il modello era inimitabile. E così Pierino iniziò a piangere: andava in giro dicendo che non era un inviato speciale. Solo un “deplorato speciale”. Per Zatterin, direttore del Tg2, era un “controllato speciale”, almeno così raccontano. Controllatissimi i suoi pezzi. Uno in particolare conobbe l’onta del cestino: parlava di mafia e l’allora capoufficio stampa della Dc non gradì. Il capoufficio era Clemente Mastella, col quale non c’è mai stato molto feeling. Poco dopo Marrazzo traslocò. Niente Roma: Toscana, responsabile della testata regionale. Mamma Rai non lo amava più. Giovanni Minoli sì. Lo richiamò in sede, lo fece lavorare con lui, lo valorizzò. E Pierino, gradino dopo gradino, salì fino alla conduzione di «Mi manda RaiTre». Un successone, soprattutto grazie al suo predecessore, Antonio Lubrano, che aveva reso famosa la trasmissione.
Era celebre, Pierino. Stipendio buono, carriera ottima. E di nuovo bussarono alla sua porta. Era il 2004. Racconterà Concita De Gregorio: «Lui stava lì tranquillo in campagna, a Riano Flaminio, con Roberta (Serdoz, anche lei giornalista, poi diventata sua moglie, ndr), Chiara di 3 anni e le altre due figlie, Giulia, di 14, e Diletta, di 11, avute da un primo matrimonio».
Riano, la campagna, scene da Mulino Bianco. Chi bussa alla porta di Pierino? Suvvia, non c’è molto da sforzarsi: l’uomo che del Mulino Bianco è il vero mugnaio, quello incipriato di farina buonista. Lui: Walter Veltroni.
Ve l’avevamo detto che bisognava nascere Pierino La Pacchia. C’è sempre che uno che bussa alla porta di Pierino, magari carabinieri mele marce, magari signorine o signorini. Comunque bussano. E non ci crederete: Pierino apre sempre.
Bussarono Agnes e Zavoli. E fu Mamma Rai. Bussa Walter ed è Regione Lazio. Che culo. Anche perché Walter non si limitò a bussare. Scampanellò, entrò e fece tutto lui: gli affiancò i suoi uomini migliori, gli fece scrivere il programma, gli trovò persino l’addetto stampa, gli scelse gli assessori, disse agli amici che era l’uomo giusto. Marrazzo, che una volta era mandato da Rai Tre, poté solo confermare: «Mi manda Walter». I guai cominciarono dopo, quando si capì che il programma sarebbe rimasto un programma.
Aveva promesso di abolire i ticket sui medicinali, Pierino. Ha mantenuto la promessa, ma per uno strano meccanismo i ticket restano, persino sull’insulina, che non è un’aspirina. Aveva detto che sarebbe andato incontro alle esigenze dei più deboli e degli artigiani e commercianti. Le tasse regionali, sempre per strani meccanismi, sono arrivate al massimo consentito per legge e hanno addirittura sforato il massimo. Si era impegnato a risolvere il problema immondizia. Il termovalorizzatore resta sulla carta. La sua parola d’ordine era: trasparenza. Il Palazzo della Regione doveva essere la casa di vetro. La sua giunta passerà alla storia per le giravolte politiche e i rimpasti a ripetizione. I vetri erano un po’ oscurati, tant’è vero che poche settimane fa è partita la gara d’appalto. Obiettivo: cambiare tutti gli infissi, vetri compresi, del palazzo regionale. In compenso, Pierino una cosa l’ha fatta: ha varato la “legge sulla pace”. Prima, però, non ha spiegato dove cavolo stesse la guerra. Nel frattempo, c’è stata pure una storia di spionaggio al quale sarebbe stato sottoposto Marrazzo durante la campagna elettorale. Una banda di spioni e di imbroglioni, queste le accuse, voleva organizzare un falso scandalo sessuale, coinvolgendo anche un travestito, ai danni di Marrazzo. Finì in un nulla di fatto. Anzi, con un bel numero di arresti e un processo. Ora un altro scandalo. Ma si sa: il postino bussa sempre due volte. Come gli scandali, veri o presunti che siano. E Marrazzo, laico, riformista e socialista, è anche cattolico. Bussate e vi sarà aperto, questa è la casa di vetro che nulla nasconde. Però, Governatore, se ogni tanto si oscurassero i vetri non sarebbe male. Anche perché, onestamente, della sua vita privata a noi non interessa un fico secco. Porte aperte o chiuse che siano, irruzione di carabinieri mele marce o non irruzione, è la vita pubblica e politica che ci preoccupa. Quella privata gliela lasciamo volentieri.
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La Mussolini lancia la par condicio dell’alcova: “Ora voglio vedere come lo fa Franceschini”
Caterina Mannaci (Libero) Pubblicato il giorno: 24/07/09
«Adesso basta. Dopo aver conosciuto ogni dettaglio del coito di destra, di Silvio Berlusconi, ora voglio sapere tutti i dettagli di quello di sinistra. A cominciare da quello di Dario Franceschini». Alessandra Mussolini lancia la sua “nuova campagna” di informazione per gli italiani. Insomma, spiega la deputata del PdL, visto che Repubblica e L’Espresso, nonché buona parte della sinistra, hanno trasformato gli intrattenimenti notturni del Cavaliere in tema politico di primo piano, quasi che le sorti del Paese dipendessero da quelle frasi intercettate e da quei dettagli tanto pregnanti, allora la stessa operazione “trasparenza”, la grande glasnost nostrana, per par condicio, deve per forza coinvolgere anche i leader dell’opposizione.
Insomma, lei si chiede come lo fanno a sinistra?
«Appunto. E mi chiedo perché Repubblica, visto che è diventato un giornale di puro gossip, non si occupa anche del coito di Franceschini, visto che è il capo dell’opposizione. Se ormai il coito di destra è pubblico e politico, pretendo che lo sia anche quello di sinistra».
Ma ci sono poi grandi amatori nell’opposizione?
«Non lo so, non si può mai sapere, anzi, appunto, adesso lo voglio sapere. Anche perché la sinistra sta puntando sul dato, più che personale, intimo, e si è convinta che questo possa essere interessante, quasi vitale per gli italiani. Se si devono leggere le intercettazioni di momenti intimi del Cavaliere, li si dovrebbero leggere per vedere se esiste realmente un vulnus, ossia Berlusconi avrebbe dovuto fare delle gravi affermazioni per la sicurezza, oppure rivelare suoi presunti atti criminali, invece qui sentiamo la voce di uno che usa parole d’amore soprattutto per l’Italia!»
Certo, con la storia di Sircana, il portavoce di Prodi, una qualche idea dei comportamenti sessuali a sinistra ce l’eravamo fatta…
«Eh già, ma quanto potevamo scatenarci noi, su questa vicenda… Invece tutto è finito nel nulla. Adesso, con una violenza inaudita, si sono messi a rovistare nella vita intima del Cavaliere - penso che arriveranno a fargli pure l’esame del Dna - e hanno buttato tutto in politica. Fatti intimi del premier sono diventati slogan da campagna elettorale, e allora adesso voglio sapere tutto dei candidati alla segreteria del Pd».
D’accordo, questo è chiaro. Ma come fare per avere queste vitali informazioni? Anche qui bisogna procedere con le intercettazioni?
«Ha ragione, questo è un problema, perché chi si mette a intercettare Franceschini? Però, ora loro faranno le primarie, beh potrebbero introdurre anche questo elemento di valutazione, che del resto potrebbe avere tutto il suo peso, nella scelta degli elettori. Ad esempio, come farà Franceschini ad avere un orgasmo, quanto dura, che cosa dice in quei momenti? E lo stesso schema potrebbe essere applicato agli altri candidati alla segreteria Pd: Pierluigi Bersani e Ignazio Marino. Potremmo avere delle gran belle sorprese».
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Quel gas killer che piace tanto ai Verdi
Francesco Forte (Libero) Pubblicato il giorno: 02/07/09
Della strage provocata dall’esplosione a Viareggio di un vagone cisterna contenente Gpl, da parte della solita sinistra, si è voluta dare la colpa al presidente del consiglio o al ministro dei Trasporti o al vertice delle ferrovie, che punterebbero troppo sull’alta velocità o infine al fatto che si tratta di un carro merci privato. Ma la colpa è essenzialmente delle lobby dei verdi e dell’Unione europea.
Le lobby dei verdi, in nome di una ecologia insensata, hanno ottenuto dai governi che si sono succeduti in Italia, sgravi fiscali per il Gpl sia nell’auto trazione che nel riscaldamento. E queste lobby in certe Regioni di recente hanno addirittura strappato l’obbligo per le stazioni di servizio di dotarsi di impianto di distribuzione di Gpl se vogliono il rinnovo della licenza.
Il Gpl, cioè il gas di petrolio liquefatto è una specie di bomba ad alto potenziale. Ed infatti in teoria è vietato parcheggiare le auto Gpl in luoghi coperti. Ma ciò spesso accade. E ovviamente anche se un’auto Gpl esplodesse in un parcheggio aperto o in uno scontro, ci sarebbero gravi danni elle persone.
Nonostante ciò, il Gpl, poiché in certe condizioni di velocità dei veicoli e di temperatura emette meno composti organici volatili e meno ossidi di azoto della benzina, è stato considerato meritevole di particolari incentivi fiscali e di altri benefici.
Prima l’ambiente
L’imposta di fabbricazione per la benzina senza piombo è di 540 euro per mille litri, per il gasolio usato come carburante è di 413 euro per la stessa quantità, mentre scende a 305 euro per mille kilogrammi per il Gpl quando usato per autotrazione. L’imposta scende a 105 euro quando esso è usato come combustibile per riscaldamento. In sostanza il fatto che il Gpl sia rischioso per le vite umane passa in seconda linea o in terza rispetto al fatto che inquina meno (ma non sempre, come mostrano gli studi del Cnr ) degli altri combustibili e al fatto che per chi ha un Suv consente un risparmio di spesa per il carburante.
La prima cosa che si dovrebbe fare, dunque, di fronte a questa disgrazia, invece che prendersela con il governo di centrodestra, che non ne ha alcuna colpa, sarebbe di prendersela con chi ha lanciato la moda dell’esonero fiscale per il Gpl. Occorrerebbe stabilire che esso deve pagare la stessa tassa che il gasolio. Ai comuni montani o disagiati dove non arriva il metano per conduttura, si può portare il gas in bombole, con una apposita agevolazione, maggiore di quella vigente. Ciò costerebbe molto meno all’erario e non darebbe gli stessi pericoli.
D’altra parte il parcheggio dei veicoli a Gpl è comunque pericoloso, anche nei siti scoperti, se si tratta di luoghi densamente abitati. E quindi andrebbe proibito. Ciò se si preferisce la difesa delle vite umane al risparmio energetico per i veicoli di grandi dimensioni e al beneficio ambientale delle auto Gpl.
D’altra parte la Comunità europea è gravemente responsabile, per la permissività eccessiva dei criteri di sicurezza adottati per le cisterne di Gpl. Infatti quella che ha causato il disastro di Viareggio è stata bucata da un picchetto di segnalazione delle curve, affiancato ai binari.
Prova picchetto
Le petroliere, secondo le normative di sicurezza attualmente vigenti, hanno un doppio serbatoio, in modo che se si buca la carena, ciò non comporta una fuoriuscita di greggio. Ciò per prevenire i danni ambientali. Invece per le cisterne che trasportano liquidi esplosivi, l’obbligo della doppia carena non c’è. I danni all’ambiente nella retorica dell’Europa destano più attenzione di quelli alle persone. E quindi queste cisterne possono essere bucate, da un semplice picchetto di metallo, come un pane di burro da una forchetta.
La cura per l’ambiente ha imposto le doppie carene per le petroliere. Ma l’interesse commerciale, unito a quello per la riduzione dei gas inquinanti hanno fatto sì che tali misure di sicurezza non siano previste per il trasporto di questo liquido infernale. E quindi ora si legge che la società di Vienna che ha noleggiato il vagone cisterna che è esploso non ha alcuna responsabilità, perchè è in regola con le norme europee. E che caso mai la colpa è del vettore che ha noleggiato questa cisterna. Che però potrà affermare la stessa cosa.
Se proprio gli ambientalisti e i proprietari di Suv desiderano il Gpl, occorre che esso paghi le tasse almeno come ogni altro prodotto petrolifero.
Inoltre per il trasporto su rotaia e, a maggior ragione, su strada, ove ci sono più pericoli di incidenti, occorre stabilire che i contenitori di Gpl siano costruiti “a prova di picchetto”, con norme almeno pari a quelle imposte alle petroliere, le cui perdite fanno morire i pesci e le piante, non gli esseri umani.
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